La vocazione del Partito Democratico

Non c’è niente di più umiliante e deprimente per chi, come me, ha sempre sostenuto partiti e coalizioni di sinistra nel vedere come la vera – e unica – opposizione al regime berlusconiano la stiano portando avanti nei fatti e nelle parole ex-fascisti, ex-missini, ex-pdellisti (o pdellini) e non il partito che tre anni fa Veltroni definì come “l’unico a sinistra ad avere una vocazione maggioritaria”.

Leggere sui giornali le dichiarazioni dei soliti Granata, Bocchino e Briguglio su temi quali i fondi neri e le società offshore gestite dagli uomini vicini al presidente del consiglio, le circostanze non proprio cristalline che portarono alla nascita di Forza Italia, le sparate di Dell’Utri in difesa di Mangano (diventato un eroe perché portò con se nella tomba le scomode verità delle quali era a conoscenza e non aprì mai bocca) e gli attacchi dei falchi del Pdl al Colle, intensificatisi negli ultimi giorni, dovrebbe far riflettere tutti quelli che per anni hanno sostenuto – e che in realtà ancora sostengono – che attaccare Berlusconi sia controproducente ai fini elettorali, che ricordare all’opinione pubblica tutte le malefatte degli ultimi quindici anni vada a suo vantaggio invece che il contrario.

Non è così azzardata l’ipotesi che hanno avanzato alcuni secondo la quale i signori del PD non parlano in questo periodo, o parlano ancora meno del solito, per paura che il manganello mediatico composto da tg e giornali nelle mani del presidente del consiglio e dei suoi affiliati possa iniziare a pestare anche le loro teste. Evidentemente gli scheletri nei loro armadi sono ben più ingombranti del mobilio di Fini e compagna e delle case a Montecarlo che tanto riempiono le pagine dei quotidiani in questi giorni.

Ma forse – ed è questa la nota più triste – i vari Bersani, D’Alema, Fassino, Franceschini e compagnia bella non tirano in ballo le fosche questioni che circondano il premier (e di materiale ce ne sarebbe in quantità industriali) per evitare di indebolirlo ulteriormente dopo la scissione con l’area finiana e avvicinare il paese ad una nuova tornata elettorale. La vera paura del PD è il voto.
E la spiegazione è presto fatta; negli ultimi due anni l’unica opposizione è stata portata avanti tra alti e bassi da Di Pietro e dall’IDV, durante le recenti elezioni regionali dal Movimento 5 Stelle e nelle ultime settimane da Nichi Vendola. Partito Democratico non pervenuto.
La paura dei suoi vertici è quindi quella di perdere ancora voti in caso di elezioni anticipate e di scendere sotto quel 25-26% di preferenze che a fatica sono finora riusciti a tenersi stretto. Un’ulteriore sconfitta alle urne potrebbe segnare la definitiva distruzione del partito e la fine di quel cammino iniziato male nel 2007 e proseguito ancora peggio in questi anni, con l’ininfluente cambio di tre segretari e un imprecisato numero di congressi, meeting e riunioni di partito.

Altro che vocazione maggioritaria; il PD la sua vocazione l’ha persa per strada e non è ancora riuscito a ritrovarla. Ammesso che lo voglia davvero.

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