Il conflitto italiano

Qualche giorno fa ho sostenuto un esame alla Westminster University e sotto la raffica di domande del professore (un conservatore vecchio stile) sono finito a parlare di libertà di stampa, analizzando le differenze tra i media – e i giornalisti – italiani e quelli inglesi.

Considerate le mie origini siamo inevitabilmente finiti a parlare di Berlusconi e del suo impero mediatico fatto di reti televisive e carta stampata e ci siamo soffermati inizialmente su tutta quella fetta di quotidiani che utilizzano le loro pagine per difendere l’indifendibile e, sempre più sovente, per attaccare i suoi già flebili oppositori. Provocatoriamente il mio interlocutore mi ha fatto notare che non essendo un segreto il fatto che il premier italiano sia, direttamente o meno, il proprietario di un certo numero di testate, dovrebbe essere in qualche modo più semplice per i lettori l’operazione di filtraggio delle notizie che vengono riportate. Se si sa da dove arrivano, ovvero chi è che ci mette i soldi, si saprà in anticipo che tipo di informazioni sarà possibile trovare. Verissimo, ma quanto corretto in termini puramente giornalistici? Quanto fedele al detto secondo cui il giornalismo è il cane da guardia del potere?

Il problema non è tanto il fatto che la pluralità dell’informazione sia in pericolo perché nelle mani di pochi; la News Corporation di Murdoch, tanto per citare un esempio, controlla importanti giornali inglesi nonché l’emittente Sky e suoi affini, ma nonostante questo i giornalisti che lavorano in entrambi i settori non ci pensano due volte a bastonare il grande capo se la notiza del giorno lo richiede. Sono pagati da lui non per servirlo ma per rendere un servizio quanto più possibile completo e imparziale a lettori e telespettatori, fine della discussione.

Il vero problema, dicevo, sta in quelle due parole – conflitto d’interessi – finite nel dimenticatoio del dibattito politico italiano. E per evitare fraintendimenti chiarisco subito che un importante, direi fondamentale, aiuto nel far sparire dalla luce dei riflettori il nocciolo della questione politico-mediatica italiana l’ha data quella sinistra che probabilmente molti lettori di queste pagine continuano a sostenere (se avete un minuto e mezzo da spendere cercate su YouTube ‘violante’ e ‘interessi’ per capire a chi/cosa mi riferisco). Un conflitto di interessi unico al mondo, che da più di dieci anni sta distruggendo l’informazione italiana ma soprattutto la capacità di analisi e discussione dei cittadini e quindi degli elettori.

Per fortuna esiste ancora qualcuno che ne parla, ma si tratta dei soliti Travaglio, Fini (Massimo, non l’altro), Gomez e pochi altri; il grande vuoto viene dal Servizio Pubblico che di questo argomento non vuole e purtroppo non ne può parlare, sebbene il suo compito primario dovrebbe proprio essere quello di informare, creare un senso critico nei cittadini e fornire un servizio a chi ogni anno stacca un bollettino postale mica da ridere. Il tutto tenendo conto che la tv italiana resta con il 90,8% il mezzo di informazione (sic) più utilizzato, nonché quello più influente (dati di febbraio 2011).

E così dai giornali siamo passati alle tv e sorvolando sul fatto che veline, letterine e donne oggetto in generale non se ne vedono da queste parti, siamo arrivati ad un increscioso (per noi) paragone tra la RAI e la BBC, entrambe finanziate con i soldi dei cittadini ma impossibili da mettere sullo stesso piano in termini di contenuti. Questa volta sono stato io a proporre in modo provocatorio al docente universitario di sintonizzarsi su quei tre canali per farsi un’idea di che cosa entra nelle case degli italiani quotidianamente (tra l’altro proprio mentre scrivo Giuliano Ferrara inaugura il suo nuovo programma su Rai1 e Dio ce ne scampi anche stavolta). Così colgo questa occasione per proporre a voi lettrici e lettori de Il Pulpito di passare qualche ora del vostro tempo sul servizio pubblico inglese, capirete così quanto quelle due parole siano fondamentali quando si parla di democrazia e informazione, e quanto siano diventate – spesso in modo subdolo e invisibile – il vero timone di questa centocinquantenaria Italia.

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