Vento di speranza

A leggere le notizie che arrivano dall’Italia, tra amministrative, ballottaggi e alle soglie di uno storico referendum, sembra che il vento stia davvero cambiando. La viva speranza per chi come me osserva – forse con un po’ di distacco ma sempre con interesse – cosa succede a casa è che questo vento possa davvero continuare a spirare fino a diventare la forza in grado di sollevare e portare via vergogne, scandali, abusi e soprusi che si sono stratificati sul Paese in un quasi totale silenzio.

La vera speranza, e lo scrivo senza tanti giri di parole, è che l’attuale Presidente del Consiglio possa subire un ulteriore schiaffo, dopo quello elettorale, da quel popolo che tante e troppe volte ha chiamato in causa per difendersi da critiche e accuse senza averne alcun diritto. La balla della legittimazione da parte del popolo, secondo la quale tutto è concesso nel momento in cui si ha la fiducia della maggioranza degli elettori, è stata sbandierata innumerevoli volte senza però avere alcun fondamento giuridico né tantomeno legislativo. Una semplice lettura della Costituzione è più che sufficiente per capire quanto si basi sul nulla quel tipo di atteggiamento dai tratti arroganti, presuntuosi e pure ignoranti, essendo noto che l’Italia è una Repubblica parlamentare e non primo-ministeriale.

Ed è in quella stessa Costituzione che ai cittadini viene offerta la rara ma concreta possibilità di far sentire la propria voce, di decidere di questioni essenziali per il proprio futuro, di esercitare il diritto di esprimere nero su bianco la propria opinione, atto vitale e fondamentale di una democrazia che possa essere definita tale. Rinunciare a questo diritto sarebbe un delitto contro la democrazia stessa, vorrebbe dire innalzare un muro insormontabile per quel vento nuovo che ha iniziato il suo percorso qualche settimana fa, significherebbe infine abbandonare una delle poche occasioni di vera democrazia diretta che il sistema politico attuale consente.
Non voglio addentrarmi nello specifico dei quesiti salvo per sottolineare che: primo, le centrali nucleari non si faranno mai perché nessuno (da destra a sinistra) le vuole nel giardino dietro casa. Secondo, statuti regionali e comunali rendono difficile, anche se non impossibile, il passaggio di un bene universale come l’acqua nella mani di aziende e privati. Terzo, è altamente improbabile che Berlusconi rinunci alla sua fuga dai processi che lo vedono imputato nel momento in cui venisse a mancargli il legittimo impedimento; troverà altre vie per continuare a svincolarsi dalle maglie della legge. Possiede ancora i numeri e gli uomini per poterlo fare e la recente storia italiana dimostra che la forza della disperazione di quest’uomo non conosce limiti.
L’unico barlume di speranza che in questi due giorni sarà riposto nella mani dei cittadini italiani, deriva dal fatto di poter arrivare là dove non sono stati sufficienti richiami, moniti e obiezioni nel merito portati avanti da Presidenti della Repubblica e sentenze della Corte Costituzionale negli ultimi dieci anni.

Quello del 12 e 13 giugno, volente o nolente, sarà un voto su Berlusconi. Sarà, mi auguro, la risposta di quel 75% di italiani che – a suo dire – è sempre dalla sua parte e lo sostiene nonostante tutto. Indirettamente e probabilmente inaspettatamente si è chiamato un referendum sulla sua persona, quel plebiscito che dice di avere ovunque vada e qualsiasi cosa faccia potrebbe essere smentito in modo netto ed inequivocabile dal risultato del referendum. Le preferenze dimezzate nelle amministrative della “sua” Milano sono state un duro colpo assestato con il giusto mix di sorpresa e voglia di ricominciare. Privarlo di quel consenso che ancora crede di avere potrebbe significare spingerlo sull’orlo del suo baratro politico. In attesa di trovare qualcuno in grado di cavalcare questo nuovo vento per il ko definitivo.

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