All in

Premesso che non ho minimamente le idee chiare su quanto successo ieri e su quanto succederà domani, premesso che scrivo un po’ di getto per provare a rispondere alle molte domande che mi girano in testa e che non so dove e come si concluderà questo post, premesso che il metodo con cui Renzi ha messo da parte Letta è deprecabile politicamente, poco elegante istituzionalmente e molto in contraddizione con quanto da lui sostenuto nei due mesi dalla sua elezione a segretario, premesso che il suo modo di intendere la politica non è il mio modo di intendere la politica, premesso che – e su questo vorrei che ci rifletteste tutti quanti seriamente per un minuto – quella di ieri non è stata una mossa antidemocratica e quello di Renzi non sarà “l’ennesimo governo non eletto” perché secondo la Costituzione il popolo elegge il Parlamento e mai il governo (Articoli 56, 57 e 92).

Premesso tutto questo, credo che Renzi ieri sia semplicemente andato all in. E l’uso di un termine che deriva dal poker non è scelto a caso. Il rischio, la consapevolezza di correrlo, la volontà di mettere tutto al centro del tavolo sono i tre elementi fondamentali in questa vicenda. Il rischio è ovviamente quello di bruciarsi, di spendere – e male – tutto il vantaggio e il consenso che è riuscito ad ottenere dalla sconfitta alle primarie del 2012 ad oggi. La consapevolezza di questo rischio penso sia palese tanto a lui quanto a chi lo circonda e l’ha consigliato negli ultimi giorni, ma essere consapevoli di correre dei rischi è il primo passo per trovare la forza e la volontà di accettare la sfida e tirare dritto, contro tutto e contro tutti. Secondo me dunque Renzi ha scelto di andare all in, se abbia fatto bene o meno non ve lo so dire. Quello che posso però provare a fare è un’analisi dei due punti chiave che hanno scatenato il cambio di passo di ieri: le elezioni europee di maggio e il termine naturale della legislatura nel 2018. Provo a darvi la mia interpretazione di entrambi, dal punto di vista che presumo abbia scelto di avere Renzi:

L’Europa, innanzitutto.

Si dirà: però il semestre europeo era un momento fondamentale, era importante arrivarci con Letta dopo il lavoro fatto in questi mesi, e via discorrendo. Parliamoci chiaro, non è la presidenza del Consiglio dell’Unione europea quella in grado di dettare la linea e dare nuova direzione all’Europa, e a riprova di questo è sufficiente che vi chieda di pensare agli ultimi 3 presidenti degli US e agli ultimi 3 presidenti del Consiglio. Non credo di andarci troppo lontano nel dire che Clinton, Bush e Obama vi siano venuti in mente abbastanza in fretta, al contrario di Kenny, Grybauskaite e Samaras. E ci sarà un motivo, no? Ecco.

Seppur ancora in minima parte è il Parlamento europeo che può smuovere le cose e cambiare passo. Le elezioni sono tra 100 giorni, tre mesi o poco più, e il rischio di una debacle del Pd è più che concreto. L’onda populista e antieuropeista (UKIP nel Regno Unito, Fronte Nazionale in Francia, M5S in Italia, solo per citare i principali protagonisti) si sta ingrossando e muove a tutta velocità verso Bruxelles, e il rischio per il Pd di Renzi di essere travolto anch’esso è obiettivamente alto, sondaggi a parte.
La responsabilità in caso di sconfitta ricadrebbe solo e soltanto su Renzi e passare questi tre mesi che mancano al 25 maggio all’ombra di un governo Letta – del quale il Pd era maggior azionista ma al tempo stesso principale critico, sotto la nuova segreteria – avrebbe solamente logorato quel vantaggio che è riuscito a guadagnarsi nei mesi passati e in quel caso sì, si sarebbe bruciato ancor prima di iniziare a giocare.
Da qui secondo me la sua decisione di giocare d’anticipo e provare ad arrivare a quel voto portando in dote agli elettori alcuni risultati concreti, due o tre cose fatte e fatte bene. Giusto? Sbagliato? Non lo so.

Quel che so è che ora Renzi si trova in prima linea, con un governo a firma sua, sostenuto da un partito di cui è il segretario, con una maggioranza parlamentare che sarà certamente anomala e ballerina ma della quale se ne assumerà in pieno la responsabilità. Tutti aspetti che da fuori, da spettatore, non sarebbe mai stato in grado di gestire, pagandone quindi solamente le conseguenze.

Renzi giocherà sulla famosa spinta propulsiva di cui godono tutti i governi nei loro primi mesi di vita, quel periodo in cui si osservano i primi passi, si cerca di intuire la direzione che prenderà, si prepara il campo per le critiche. In quei mesi iniziali – che non a caso coincideranno con quelli della campagna elettorale per le europee – Renzi giocherà d’attacco, proverà ad utilizzare quella fretta che lo contraddistingue per mettere a segno un paio di punti chiave, dalla legge elettorale alle riforme istituzionali, che – se di successo – potrebbero dare a lui e al Pd le energie necessarie per affrontare il voto di maggio e uscirne indenni. Il che potrebbe persino far passare in secondo piano il brutto, bruttissimo modo in cui le cose sono state decise nella direzione di ieri pomeriggio. Potrebbe, ribadisco.

Mi si dirà: bene, anche ammesso che l’obiettivo sia fare un buon risultato alle elezioni europee resta il fatto che un governo Renzi sarebbe sostenuto dalla stessa maggioranza inconcludente che ha accompagnato Letta per dieci mesi. Vero. Verissimo. Ma solo in parte.
Renzi è consapevole che i numeri e i personaggi che hanno fatto galleggiare il suo predecessore non permettono né garantiscono stabilità sul lungo periodo nemmeno a lui, ma io credo che questo gli interessi davvero poco. Se riuscisse ad arrivare a fine maggio con le riforme di cui sopra, la tentazione di tornare a votare con una legge elettorale capace di garantire stabilità e governabilità per 5 anni sarebbe forte, quasi irresistibile. E qui entra in gioco il secondo punto della mia analisi, quel 2018, il termine naturale di questa infausta legislatura. Quei quattro lunghi lunghissimi anni che mancano alla prossima tornata elettorale. Ecco, secondo me non ci arriviamo con questo Parlamento, si voterà prima.

A questo punto è importante capire a chi torni utile tenere duro fino al 2018 e a chi no:

– Berlusconi, assolutamente no. Tra quattro anni il nostro affezionatissimo ne avrà 82, e ci sono statisticamente buone probabilità che non ci arrivi in posizione verticale. Il pensiero fisso del Cavaliere è quel processo Ruby che si avvia al termine e che senza nuovi lodi Alfano et similia si concluderà ben prima di quattro anni. Se la sentenza di primo grado venisse confermata anche negli altri due gradi di giudizio le chance di finire dietro le sbarre sono altissime, indipendentemente dall’età; sui reati sessuali contro i minorenni è difficile scamparla con i domiciliari. Dunque tornare al voto converrebbe al Caimano, eccome. Certo, in tutto questo gli interessi del Paese non ci sono, ma questa non mi pare sia una novità visto il soggetto in questione.

– Alfano, assolutamente sì. Se si votasse domattina il suo Ncd prenderebbe due voti, il suo e quello di sua madre. Forse. Tirare lungo potrebbe essere l’unica possibilità per mettere in piedi un partito vero, staccarsi definitivamente da Forza Italia, raccogliere consenso dai delusi di destra, dimostrare di essere indipendente da padron Berlusconi. Ed è lui l’assicurazione principale sulla tenuta del governo Renzi e sui numeri necessari per garantire una maggioranza parlamentare fino all’approvazione delle riforme.

– M5S/Grillo, dio solo sa cos’hanno in mente. Un giorno sono per votare con il proporzionale, quello dopo con il maggioritario, si oppongono da dieci mesi a tutto quello che succede e non hanno – ad oggi – combinato nulla di concreto (tolti i €40 milioni di finanziamento, sì, lo sappiamo, bravissimi). A parte un paio di dissidenti che potrebbero sganciarsi e sostenere il nuovo governo, nulla arriverà dai grillini. Né una fiducia per le riforme istituzionali (che se portate a termine farebbero risparmiare ai contribuenti italiani €1 miliardo, altro che gli spiccioli del finanziamento ai partiti) né una volontà seria a valutare i singoli provvedimenti e decidere come comportarsi di volta in volta. Non l’hanno mai fatto, perché iniziare ora, giustamente. La strategia continuerà ad essere quella dell’autoesclusione dai processi parlamentari, della lamentela fine a se stessa, della fuffa più totale da presentare poi agli elettori come “unica, vera opposizione”.

– Scelta Civica, l’altra vera stampella per Renzi insieme al Ncd. Pronti a sostenere qualunque cosa permetta loro di rimanere su quelle poltrone – consapevoli che le elezioni anticipate spazzerebbero via tutti, cane Empy compreso.

– Sel, anche qui, come con il M5S, è un terno al lotto.

– Renzi, non penso – lo ripeto – che punti al 2018. Inutile nascondere che una volta vinte le primarie del Pd l’obiettivo successivo fosse arrivare Palazzo Chigi, solo uno stolto non avrebbe visto l’uno-due all’orizzonte. Lui non è uno sprovveduto ed è consapevole che quanto successo ieri, una manovra di palazzo – termine che non amo ma che in questo frangente è sensato utilizzare – non sia piaciuto a molti elettori del Pd e a molti non-elettori che però l’hanno sostenuto alle primarie. Prima si ridà voce ai cittadini, meglio è per tutti. In primis per il Pd e la credibilità del suo segretario.

E infine c’è l’elettorato. Ci sono io e ci siete voi. Mi piacerebbe sapere che cosa ne pensate, c’è sicuramente bisogno di parlarne e discuterne ancora, perché come forse traspare da questo post c’è ancora molta confusione sul dove si stia andando, sul come ci si stia muovendo, sul perché stiano saltando uno dopo l’altro quei sistemi di dibattito democratico che nel bene o nel male contraddistinguono e hanno contraddistinto la società italiana per decenni.

In conclusione, Renzi è l’uomo delle primarie perse e poi vinte nel giro di un anno e ieri ha messo sullo stesso piano la contraddizione di governare senza il passaggio (non obbligato) dalle urne e la sua smisurata ambizione politica: delle due l’una, o lo choc del cambiamento ribalta la situazione, “rottama” la staticità della politica italiana, chiude i conti con il passato e da vita a qualcosa di nuovo (che cosa non l’ho ancora capito e sarebbe opportuno continuare a ragionarci su), oppure chi sta dalla parte opposta del tavolo va a vedere il suo all in, scopre il bluff e a quel punto sono davvero cazzi amari.

Ps. Mentre scrivo queste ultime righe dalle casse escono le note di Viva l’Italia. Magari è una pura coincidenza, magari no. Non lo so. Ve la posto qui sotto, che male non fa.

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5 thoughts on “All in

  1. Interessante intervento. Ciò che non capisco è se la mossa di Renzi convenga al paese, hai fatto molte considerazioni su cosa conviene alle varie forze politiche ma all’Italia ed agli italiani cosa conviene? Secondo: se Renzi si fosse proposto alle primarie con l’intento di far cadere il governo Letta quanti voti avrebbe preso? Dobbiamo dedurre che chi va al governo si decide alle primarie del PD?

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    • Penso che l’Italia abbia bisogno di stabilità, perché le cose si fanno se non c’è lo spauracchio delle elezioni anticipate un giorno sì e l’altro pure. Se questo bisogno coincida con il termine ‘convenienza’ non lo so, quel che so è che in tutti i Paesi europei le legislature durano dall’inizio alla fine e l’Italia è da sempre l’eccezione. Se riuscisse ad uniformarsi ne avrebbero da guadagnarci gli italiani in primis. Nonché la Costituzione, che questo prevede.

      Renzi proverà a formare un governo non in quanto vincitore delle primarie ma in quanto segretario del primo partito nel Paese.
      Che il leader di un partito sia anche il candidato premier è cosa comune in quasi tutte le democrazie occidentali, basti pensare a Merkel, Cameron, Rajoy, solo per citarne alcuni.

      Infine, con i ‘se’ non si va molto lontano, e non avendo una sfera di cristallo mi è impossibile rispondere alla seconda domanda. Come ho scritto nel pezzo però, era piuttosto ovvio che Renzi puntasse a diventare premier, non credo servissero dichiarazioni d’intenti in merito.

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  2. Pingback: Tanti Renzi, un solo Renzi | Pensieri d'oltremanica

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